Dalla minaccia di “annientare” la Repubblica islamica dell’Iran alla promessa di chiudere la guerra in Ucraina, passando per il rifiuto di qualsiasi forma di “governo globale” e di una regolamentazione internazionale dell’intelligenza artificiale. Donald Trump ha utilizzato il palco dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite per riaffermare senza mediazioni la sua visione della politica internazionale: sovranità nazionale, superiorità militare americana e disponibilità a ricorrere alla forza quando Washington ritiene minacciati i propri interessi.
Un discorso di circa 37 minuti, fortemente proiettato anche sul fronte interno a poche settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, nel quale il presidente degli Stati Uniti ha rivendicato i risultati della sua amministrazione in economia, immigrazione, sicurezza e politica estera. “America is back”, ha proclamato Trump, presentando gli Stati Uniti come nuovamente capaci di imporre le proprie priorità sulla scena internazionale.
Ma è stato soprattutto l’Iran a dominare l’intervento. Trump ha difeso la decisione degli Stati Uniti di entrare direttamente nel conflitto contro Teheran, sostenendo che l’azione militare abbia impedito alla Repubblica islamica di dotarsi di un’arma nucleare e rivendicando quella che ha definito una politica di “pace attraverso la forza”. Il messaggio rivolto alla leadership iraniana è stato formulato come un ultimatum: raggiungere un accordo oppure affrontare una nuova offensiva statunitense.
“Si raggiungerà un accordo con l’Iran che permetta loro di ricostruire e creare un Paese di gran lunga più grande di quanto non lo sia mai stato prima?”, ha affermato Trump. “Oppure anniento la Repubblica islamica, e lo faccio rapidamente, senza darle mai la possibilità di uccidere e distruggere di nuovo persone e Paesi?”.
La durezza della retorica è stata tuttavia accompagnata dall’apertura a una soluzione negoziale. Trump ha detto di ritenere possibile un accordo dopo le elezioni americane di novembre e, parlando successivamente con i giornalisti, ha sostenuto che i contatti avvenuti a New York avevano prodotto progressi. Washington e Teheran hanno effettivamente avviato colloqui indiretti a margine dell’Assemblea generale, con la mediazione del Qatar. Le versioni sul formato dell’incontro sono state in parte divergenti: gli Stati Uniti hanno parlato di lunghe consultazioni, mentre Teheran ha sottolineato il ruolo dei mediatori. Tra le condizioni indicate dall’Iran figurano la fine delle operazioni militari e di quella che Teheran considera l’“aggressione” statunitense.
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La promessa sull’Ucraina
Trump è tornato anche su un’altra delle promesse che hanno caratterizzato la sua politica estera: porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina.
“Stiamo lavorando a stretto contatto con i leader di Russia e Ucraina e porteremo a termine questo progetto”, ha assicurato il presidente americano, aggiungendo di ritenere che una soluzione possa arrivare “più rapidamente di quanto la gente immagini”.
Trump non ha tuttavia illustrato nel discorso una nuova proposta negoziale o le condizioni concrete sulle quali dovrebbe poggiare un eventuale accordo. Le sue dichiarazioni sono arrivate mentre sul terreno il conflitto continua: proprio il 22 settembre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha avvertito che, secondo Kyiv, Mosca starebbe preparando nuovi attacchi su vasta scala. Trump ha incontrato Zelensky a New York e ha avuto colloqui anche con il presidente francese Emmanuel Macron.
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Non esiste un governo globale
L’intervento ha assunto un significato più ampio quando Trump è passato dall’esame delle singole crisi alla sua concezione dell’ordine internazionale.
“Non esiste un governo globale”, ha dichiarato, aggiungendo che durante la sua presidenza non ci saranno “tasse globali”. È una formula che sintetizza uno dei passaggi più politici del discorso: il rifiuto di trasferire ulteriori poteri a organismi sovranazionali e la difesa della sovranità degli Stati come fondamento delle relazioni internazionali.
Trump ha accusato le organizzazioni internazionali e parte della burocrazia delle Nazioni Unite di promuovere quella che considera un’agenda “globalista”, criticando in particolare le politiche migratorie e alcuni organismi dell’ONU per le loro posizioni nei confronti degli Stati Uniti. Ha attaccato anche la Corte penale internazionale, invitando gli altri Paesi a prenderne le distanze e accusandola di avere assunto posizioni ostili a Washington.
Il contrasto con il discorso pronunciato poco prima dal segretario generale uscente António Guterres è stato evidente. Nel suo ultimo intervento all’Assemblea generale da segretario generale, Guterres ha messo in guardia dall’approfondimento delle divisioni geopolitiche e ha sostenuto la necessità di rafforzare la cooperazione multilaterale, dal clima alle guerre fino alla governance dell’intelligenza artificiale. Le grandi potenze, ha avvertito, non possono affrontare da sole le crisi globali.
Trump ha proposto sostanzialmente la tesi opposta: istituzioni internazionali meno invasive e Stati nazionali più liberi di agire sulla base dei propri interessi.
L’AI diventa “super intelligence”
La distanza tra le due impostazioni è emersa con particolare evidenza sull’intelligenza artificiale.
Trump ha respinto l’ipotesi di costruire un sistema internazionale di controllo dello sviluppo dell’AI, proprio mentre Guterres chiedeva un quadro multilaterale per la gestione dei rischi legati alle nuove tecnologie. Gli Stati Uniti, ha detto il presidente, “respingono totalmente” qualsiasi progetto globalista di controllo dell’intelligenza artificiale.
Trump ha poi proposto persino di cambiarne il nome: non più “artificial intelligence”, ma “super intelligence”.
“Usare la parola ‘artificiale’ fa sembrare tutto finto”, ha spiegato. “Non è finto, è davvero straordinario”. Pur riconoscendo la necessità di prestare attenzione ai rischi della tecnologia, il presidente ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti non intendono frenare il proprio sviluppo tecnologico permettendo alla Cina di conquistare il primato nel settore.
La questione assume una particolare rilevanza internazionale perché proprio in questi mesi è cresciuta la pressione, anche in seno alle Nazioni Unite e da parte di diversi governi, per creare meccanismi comuni di supervisione dell’intelligenza artificiale. La posizione espressa da Trump segnala invece la volontà americana di mantenere il controllo nazionale sulle tecnologie strategiche e di trattare l’AI anche come terreno della competizione geopolitica con Pechino.
La dottrina dell’emisfero occidentale
Un altro passaggio significativo ha riguardato l’America Latina e, più in generale, l’emisfero occidentale. Trump ha affermato che Washington non permetterà più che minacce alla sicurezza statunitense “mettano radici” nella regione e ha ribadito la disponibilità a ricorrere alla forza militare per difendere gli interessi nazionali americani.
Il presidente ha collegato questa impostazione alla lotta ai cartelli della droga, definiti organizzazioni terroristiche e paragonati all’Isis, rivendicando le operazioni militari condotte dagli Stati Uniti contro il narcotraffico. È una formulazione che amplia il concetto tradizionale di sicurezza nazionale americana: non soltanto minacce militari provenienti da Stati avversari, ma anche organizzazioni criminali transnazionali vengono presentate come potenziali bersagli dell’impiego della forza.
Particolarmente duro anche l’attacco a Cuba. Trump ha accusato il governo comunista dell’Avana di avere legami con organizzazioni della sinistra radicale negli Stati Uniti e ha assicurato che “il comunismo non arriverà mai in America”. La delegazione cubana ha lasciato l’aula durante il passaggio dedicato all’isola, che Trump ha definito uno “Stato fallito”.
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L’accordo sulla Groenlandia
La giornata di Trump alle Nazioni Unite non si è limitata al discorso. A margine dell’Assemblea generale, il presidente ha firmato con la premier danese Mette Frederiksen e con il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen un accordo che amplia sensibilmente la presenza militare americana in Groenlandia. “Avremo la piena capacità di fare tutto il necessario per difendere il continente americano e anche l’Europa”, ha affermato a proposito dell’accordo, annunciato per la prima volta venerdì. Ha aggiunto che ciò “rafforza notevolmente” l’alleanza di difesa della NATO.
L’intesa mantiene la Groenlandia all’interno del Regno di Danimarca e ribadisce il principio dell’autodeterminazione dell’isola, ma consente agli Stati Uniti di ampliare la propria infrastruttura militare con due nuovi siti e rafforza la cooperazione nell’Artico, anche nell’ambito della difesa antimissile. Copenaghen e Nuuk hanno sottolineato che l’accordo non attribuisce agli Stati Uniti la sovranità sull’isola e hanno richiamato il ruolo della NATO nella sicurezza artica.
Trump ha inoltre incontrato a New York, tra gli altri, Zelensky, il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung e diversi leader arabi e del Golfo. Con Burnham si è trattato del primo faccia a faccia tra i due leader dopo l’insediamento del premier britannico a luglio.
[a cura di Simone Cantarini]

